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Bambino

Mamma, senti che lingua parlo!

I bambini che conoscono più lingue sono sempre in aumento. Ecco i pregi e gli svantaggi

In un periodo di affermazione sempre più marcata delle differenze culturali, il fenomeno del bilinguismo nei piccolissimi assume una rilevanza notevole; sono sempre di più i genitori di nazionalità diversa che decidono di insegnare al bimbo fin da subito due lingue. Fare questa scelta presuppone una valutazione attenta da parte di mamma e papà dal momento che questo processo, impegnativo ma molto importante ai fini dello sviluppo cognitivo del bambino, richiede un impegno a lungo termine.

Cosa significa essere bilingue?
Mentre secondo alcuni essere bilingue significa avere le stesse capacità linguistiche in entrambe le lingue, per altri è la capacità di comunicare con tutte e due conoscendone meglio una.
Molto schematicamente, il bilinguismo si misura in "livelli": bilanciato – identiche abilità e conoscenze in entrambe le lingue; con una predominante – una lingue viene usata attivamente mentre per l’altra si ha un apprendimento passivo, per fare un esempio il piccolo capisce perfettamente i genitori che parlano tra loro in inglese ma è in grado di dialogarci solo in italiano.
Tenendo conto del "momento" in cui viene iniziato il processo si può avere: introduzione simultanea – entrambe, fin da subito; sequenziale – una lingua introdotta prima e l’altra successivamente seguendo, ai fini dell’apprendimento, le acquisizioni base sviluppate per la prima. Il processo di acquisizione simultanea è molto simile a quello dello sviluppo monolingue con l’unica differenza che il piccolo svilupperà la capacità di riconoscere i due sistemi di linguaggio.
Statisticamente l’età a cui di solito si pronunciano le prime parole è la stessa, i piccoli ritardi, se così si possono chiamare dal momento che non esiste una standard rigido codificato nelle tappe della crescita dei bambini, rientrano nei tempi accettabili.