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Mamma

Due donne nella savana

Monica racconta le difficoltà e le gioie di una mamma che ha scelto di crescere il suo bimbo in Africa

Prima delle sei il sole illumina già le finestre della nostra stanza. Mi piace poltrire un po’ nel letto, svegliarmi lentamente, abbracciata a mio marito. Facciamo colazione insieme, mangiando pane e marmellata e a volte concedendoci il lusso del latte con i fiocchi di mais. Shakil apre gli occhi poco dopo di noi, ma non piange. Comincia a ridere da solo guardando, attraverso la rete zanzariera, i pesciolini di legno appesi sopra la sua culla. Mentre beviamo il caffè (preparato con la caffettiera portata dall’Italia- uno dei lussi a cui non ho saputo rinunciare), guardo fuori dalla finestra. Il pozzo della comunità è all’interno del nostro giardino. Già prima delle 5, le donne cominciano ad arrivare per riempire le taniche d’acqua. Niente colazione per loro, se non un po’ di polenta rimasta dalla sera prima. Dona Ana, nonostante la nebbia e il freddo di queste mattine, anche oggi ha portato con sé il figlio di pochi mesi. È legato alla schiena della mamma e la testa va su e giù mentre lei pompa l’acqua, ma lui non sembra neanche accorgersene. La temperatura è bassa, ma il piccolo indossa soltanto il pannolino. Guardo Shakil, seduto comodo sulla sua sdraietta, bene al caldo con il suo pigiama e la copertina sulle gambe. Dona Ana carica il bidone da 20 litri sulla testa e comincia a camminare verso casa. Il bambino si sveglia e lei, con un solo gesto, lo sposta sul davanti e comincia ad allattarlo, camminando e carica d’acqua. Anche per me è il momento di allattare. Vado in camera nostra, preparo i cuscini per stare comoda con la schiena e mi siedo tranquilla e senza pensieri per dare il latte a Shakil.

Oggi è giorno di bucato
Divido i vestiti per colore e chiedo al guardiano di riempirmi il lavatoio d’acqua. Mentre lavo rimpiango la lavatrice difettosa e che perdeva sempre della mia casa in Italia. Metto ad asciugare i panni al sole e vedo dona Ana dirigersi verso il fiume con un secchio pieno di vestiti. L’acqua del fiume è sporca e stagnante, ma nonostante ciò sono numerose le donne che ogni giorno la usano per lavare e per fare il bagno ai bambini. Mentre dona Ana insapona e sbatte sulle pietre i vestiti, la penultima figlia, 3 anni, entra in acqua. Tutti sanno che c’è il pericolo dei coccodrilli. Non è così raro che qualcuno venga attaccato. Ma si crede che queste cose capitino solo a causa di feticci e malocchi e quindi nessuno sta attento. I coccodrilli, comunque, non sono l’unico pericolo. C’è il rischio colera che nessuno sembra tener presente. Dona Ana lava i numerosi asciugamani utilizzati come pannolini per il figlio. Anch’io a volte utilizzo quelli lavabili, ma si tratta non di una necessità, ma di una scelta dettata dalla consapevolezza che quelli usa e getta hanno un impatto negativo sull’ambiente. Da noi nessuno passa a ritirare la spazzatura e la quantità di rifiuti che produciamo è sotto i nostri occhi ogni giorno. Dietro a casa, abbiamo un buco nel terreno dove gettiamo l’immondizia. Cerchiamo di riciclare più che possiamo, regalando bottiglie e flaconi di plastica (oggetti di grande valore), ma le cose che gettiamo sono comunque tante. Ogni giorno dobbiamo mandare via il figlio di dona Ana e i suoi amichetti che cercano di “pescare” i sacchetti di immondizia dal buco. Non c’è niente dentro che possa essere utile, ma sono felici anche se trovano un pezzo di pane ammuffito o un vecchio giornale in italiano.